28 5 / 2011
La mano sull’obiettivo
Il racconto di Irene Lombardi (nella foto) che ha vinto il concorso della Fondazione Rui per l’anno europeo del Volontariato. Con “La mano sull’obiettivo” si è classificata tra i primi venti studenti selezionati ed è stata premiata a Roma.

Venerdì, 18
E’ da poco spuntato il giorno, ma sono ormai parecchie ore che i miei occhi vagano nell’oscurità di questa stanza. Non sono riuscita a prendere sonno, e la colpa non è del letto scomodo, del caldo o degli insetti che incuranti tormentano la mia pelle. A tenermi sveglia sono state le immagini, gli odori e le sensazioni che come un’onda anomala mi hanno investita appena i miei piedi hanno toccato il suolo africano, e che adesso si rincorrono e si mescolano veloci nella mia mente. E ho sentito l’improvviso e impellente bisogno di metterle nero su bianco, perché per quanto sia profonda un’emozione ci mette poco a svanire, e io non voglio dimenticare il modo esatto in cui mi sono sentita. Così, cercando di non fare rumore sono sgusciata fuori dalla mia stanza con una matita fra i denti e un bloc-notes in mano, e mi sono messa a scrivere.
Sono arrivata ieri, con due borsoni colmi di oggetti di vario genere che mi sono affrettata a depositare in albergo, uno dei pochi dotato di corrente elettrica e con tutti i vetri al loro posto. E’ la prima volta nella mia vita che mi trovo faccia a faccia con me stessa, in un continente enorme e sconosciuto, con un obiettivo ben preciso da raggiungere; e realizzare che i battiti accelerati del mio cuore non sono dettati dalla paura, ma dall’ebbrezza della libertà mi ha fatto sentire euforica.
Ho cominciato a girovagare per le stradine sterrate di questa città, con la mia Reflex al collo, anche se non avevo intenzione di mettermi subito a lavorare, e mi ero concessa un giorno per ambientarmi. E immediatamente le mie scarpe si sono coperte di polvere, e il sorriso mi si è congelato sulle labbra. Avevo fatto così tante ricerche, letto così tanti libri e visto così tanti documentari in occasione di questo viaggio che credevo sarei stata pronta; e invece mi sono scontrata con la povertà, quella che ti lascia senza parole, incapace di reagire e immancabilmente ti fa vergognare di te stesso in quanto essere umano. Le case cadevano a pezzi, tutti andavano in giro scalzi e coperti di stracci, ad ogni angolo di strada si incontravano mendicanti, la faccia scavata e la pancia gonfia, che elemosinavano qualcosa da mangiare.
Ma l’urto più forte è arrivato proprio nell’osservare i bambini.
I bambini ridevano, sporchi e circondati da mosche spingevano un vecchio cerchio con un legnetto, si rincorrevano, e tracciavano disegni nella terra. Non ero sola, mi faceva compagnia un intero gruppo di turisti, che paralizzati nel bel mezzo della strada guardava a bocca aperta quello spettacolo dolceamaro: eravamo increduli e a disagio di fronte alla felicità di chi non aveva niente.
Ho abbassato gli occhi, e mi sono sentita terribilmente stupida nel ricordare quella volta in cui mi ero messa a piangere per non aver trovato delle scarpe celesti che si abbinassero al mio vestito.
Sabato, 19
Ho cambiato alloggio, ma il bisogno di raccontare a qualcuno quello che sto vivendo è sempre lo stesso; ed oggi come ieri a raccogliere le mie emozioni è un foglio di carta, che senza giudicare assorbe le mie trepidanti parole. Devo calmarmi e fare un po’ di ordine, anche se sono così confusa che non so da che parte cominciare.
Come prima cosa ieri mattina, sul tardi, sono andata all’unico telefono di tutta la città e ho chiamato il mio capo; gli ho raccontato tutto quello che avevo visto, e come risposta ho ricevuto la peggiore sgridata della mia vita. Mi ha urlato di non lasciarmi impressionare così facilmente, e di avere un po’ di spina dorsale; non mi aveva mandata fin lì per una gita turistica, voleva le foto sul suo tavolo lunedì mattina, e non foto qualsiasi, foto che facessero male, foto per la copertina della suo grande settimanale, foto da sbattere in faccia al mondo, senza alcuna censura. La posta in gioco era alta, allo scatto più commovente sarebbero andati 10000 euro. Mi ha intimato di mettermi al lavoro, di scovare le situazioni più degradate, tristi e di documentarle a dovere. Era la nostra grande occasione per sfondare e non dovevo lasciarmela sfuggire; che per una buona volta la smettessi di piagnucolare e imparassi a controllarmi, ad essere fredda. Sono rimasta in silenzio, ma mi chiedevo, è giusto vendere la sofferenza?
Nonostante ciò sono salita su una vecchia jeep con una guida di nome Nerj, pronta ad un viaggio estenuante alla volta del villaggio dove avrei dovuto scattare le foto. Dall’Italia mi ero portata i giocattoli di quando ero bambina, ma nel trambusto di quel mio primo giorno in Africa mi ero completamente dimenticata di averli con me, così li ho caricati in macchina e siamo partiti.
Dopo circa sei ore di viaggio, Nerj ha rallentato e si è fermato in mezzo alla strada sterrata, in mezzo al nulla. Sorridendo ha indicato la mia borsa e ha detto “ Se tu vuoi può dare qui tuoi giochi”, io ho provato a ribattere che non vedevo nessuno a cui avrei potuto donarli, ma prima che potessi finire di parlare ha avvicinato le mani alla bocca ed ha emesso un fischio potentissimo. Giuro che ho sentito la terra tremare, e un vero e proprio nugolo di bambini, di tutte le età, ha preso d’assalto la nostra macchina: ci provo, ma mi riesce davvero difficile esprimere con le parole la gioia dei loro occhi; mi accarezzavano continuamente, i capelli, le mani, le braccia, e anche se non capivo la loro lingua bastava la tenera eloquenza dei loro gesti a farmi venire le lacrime agli occhi. E per la prima volta nella mia vita mi sono sentita davvero importante per qualcuno.
Sono arrivata al villaggio ma nella serata di ieri, e in tutta la giornata di oggi non ho scattato una sola foto; e di scene crude, come le chiama il mio capo, ne ho viste tante, troppe.
Gli abitanti hanno paura della mia Reflex, ed io ho paura dell’immagine di me stessa che vedo riflessa nei loro occhi.
E ora in questa vecchia capanna alle parole si mescolano le lacrime, e non so più chi sono.
20, Domenica
Questa mattina ho passeggiato per il villaggio senza macchina fotografica. Era l’alba, ma tutti lavoravano ormai da ore. Mi sono avvicinata ad una donna, che indossava un’ampia veste colorata e senza sosta triturava dei semi con un grosso pestello. Senza pensarci ne ho afferrato uno anch’io ed ho cominciato ad aiutarla. Non so per quanto tempo abbiamo lavorato fianco a fianco, in silenzio, so solo che ad ogni colpo mi sembrava di sconfiggere le mie paure, e paradossalmente mi sentivo a casa.
In quel mentre è cominciato a piovere: tutti sono corsi nel bel mezzo del villaggio e hanno cominciato a cantare, a danzare, a ridere, ed io con loro. E mi sono sentita rinascere, e ho capito che per ventun anni avevo sentito la vita, ma non l’avevo mai ascoltata davvero.
Ora sono sull’aereo di ritorno, e la memory-card è vuota. Non vincerò nessun premio, forse sarò addirittura licenziata.
E scopro che non mi importa, perché le immagini più belle non hanno bisogno di essere sviluppate, le porto già impresse nel mio cuore.
Guardo fuori dal finestrino e sorrido, arrivederci Africa.
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postato da bruschi-provinciapavese